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La mia Mini Med 650, la prima « lunga » in solitario

La mia Mini Med 650, la prima « lunga » in solitario

La Mini Med 650 è stata la mia prima “lunga” in solitario. Oltre 500 miglia da Marsiglia all’arcipelago toscano doppiando Capraia e Gorgona, per poi ritornare a Marsiglia. Decidere di affrontare questa regata non è stato semplice, c’erano così tante incognite e lavori da fare sulla barca. Alla fine però il richiamo era troppo forte: un’occasione importante per capire come sta andando la mia preparazione sul Mini 650 in vista della Mini Transat 2019, la “regina” delle oceaniche per i Mini, nonché il mio sogno e obiettivo attuale, che parte dal nord della Francia e arriva a Martinica, nei Caraibi.

La preparazione di Base Camp

Pre-partenza e start della Mini Med 650

Ma torniamo alla Mini Med. Sono arrivato a Marsiglia alcuni giorni prima della regata, dopo un trasferimento piuttosto faticoso da Genova, a bordo di ITA 438 Base Camp, il Mini su cui regato.  Il vento è sempre stato perfettamente in faccia per quasi tutte le 200 miglia e capo dopo capo, miglio dopo miglio, sempre in bolina, sono arrivato di prima mattina nel porto francese. I giorni subito prima della partenza non ero particolarmente sereno, perché avevo tante cose a cui pensare e da fare, dai lavori a bordo alle ultime dotazioni da prendere, senza dimenticare la regata in sè. Poi è arrivato il giorno della partenza.

Tutta la tensione che avevo accumulato si è sciolta, avevo la mente libera di concentrarsi esclusivamente sulla navigazione, sui ritmi che avrei dovuto seguire – sonno, pasti, ecc. – e sulla vita a bordo. La mia prima Mini Med è iniziata sotto la pioggia e con vento forte, il “biglietto da visita” giusto per quella che è considerata la « solitaria » più dura nel Mediterraneo. Condizioni impegnative, freddo e circa 5 giorni di navigazione senza sosta. Il mio primo pensiero è stato: “Speriamo non sia tutta così”. Da quel momento in poi avere un attimo di pausa per riuscire a mangiare anche solo una barretta era diventato un lusso. Di dormire invece non c’era proprio verso, ogni volta che provavo a chiudere gli occhi mi risvegliavo che avevo perso strada e con gli avversari più vicini perché Base Camp andava a banane. Con « andare a banane » intendo che il pilota automatico non riusciva a tenere la rotta in quelle condizioni e la barca iniziava ad andare fuori strada, svantaggiandomi. Le onde erano solo la ciliegina sulla torta o un motivo in più per mantenermi attivo e propenso a non dormire.

Niente elettronica, niente sonno…

Base Camp era comunque ben preparata e la voglia di fare bene non mi faceva mollare un centimetro. Poi gli ultimi due mi sono scese parecchio le batterie. La paura di perdere tutta l’elettronica e di dover navigare a vista senza strumenti ha iniziato a preoccuparmi davvero, quindi ho deciso di rinunciare definitivamente al pilota per ridurre ulteriormente i consumi, anche se questo ha significato rinunciare completamente al sonno. Una delle parti più divertenti e toste è stato il match race che ho ingaggiato con l’argentino Carlos Marcelo Saguier con cui è iniziato un gran bel duello. A quel punto ero diviso tra due “fuochi”, non far scappare quello a prua e staccare quello a poppa. Ora mi sembra incredibile, ma in quel momento ho iniziato a pensare a come stavano vivendo la regata gli altri, in particolare i due che avevo vicino: se dormivano, come lo facevano, se riuscivano a mangiare.

Alla fine ho concluso in terza posizione nei Serie e overall,  resistendo agli attacchi del mio inseguitore e cercando di insidiare fino alla fine il secondo, Andrea Pendibene su Pegaso. Tagliando il traguardo ero contento, perché un terzo posto è sempre un terzo posto, ma ero e sono consapevole di aver commesso alcuni errori senza i quali avrei fatto sicuramente meglio. Per ora intanto faccio tesoro di questa esperienza che mi servirà sicuramente in futuro.

Una « passeggiata » tra le nuvole in testa d’albero

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